Bearzot, un mito nato anche grazie a Franchi e BernardiniL’auto nera, molto ufficiale, percorreva le pianure del Belgio (le plat pays cantava Jacques Brel) con al volante un tipo impeccabile che sembrava l’autista di Humphrey Bogart nel film Sabrina. A bordo c’erano quattro italiani scanzonati che andavano a vedere le partite di calcio, campionato Europeo 1972. Equipaggio composto da un tecnico della federazione italiana e da tre giornalisti, tra cui il vostro qui presente e allora giovane cronista, alla sua prima trasferta internazionale. Il tecnico italiano aveva il naso da pugile, era imponente e allegro, si rivolgeva al molto compunto chauffeur chiamandolo ammiraglio e parlandogli in friulano. L’uomo al volante non capiva e non batteva ciglio. E tutti ridevamo. Dieci anni dopo quell’allenatore, Enzo Bearzot, ormai molto serio, molto bravo e altrettanto severo, sarebbe diventato campione del Mondo scrivendo pagine indimenticabili nella storia del calcio. In quel giugno del 1972, stadi grigi e notti piovose, vedemmo un micidiale centravanti di natica bassa del quale Bearzot dette ampiamente conto nella sua relazione: Gerd Muller. La Germania vinse il titolo, Muller segnò sempre. Bearzot aveva allenato per qualche mese il Prato, in serie C, sostituendo Dino Ballacci, un ex centromediano del Bologna che era stato esonerato a metà stagione. Quella breve esperienza al Prato rimase, per Bearzot, l’unica su una panchina di una squadra di club.
Quando, dopo essere passato attraverso l’Under 23, Bearzot arrivò alla Nazionale maggiore, prima sotto la paterna ala di Fulvio Bernardini e poi come responsabile unico, il fatto che la squadra azzurra venisse affidata a un tecnico che ave va allenato «soltanto il Prato» per non più di sei mesi, venne giudicato come un limite gravissimo, come un gesto di totale imprudenza e improvvisazione da parte della Figc e di Artemio Franchi, dirigente dalla vista lunghissima che aveva varato un’operazione all’apparenza inspiegabile. Per sostituire Ferruccio Valcareggi dopo il fallimentare Mondiale del 1974 in Germania, Franchi aveva recuperato dalla dolce Riviera ligure, e dai suoi tiepidi campi di tennis, il mitico Dottor Pedata, ovvero sia Fulvio Bernardini, l’allenatore che aveva portato la Fiorentina e il Bologna allo scudetto togliendo alle metropoli del nord un po’ della loro gloria. Bernardini era così prestigioso e così coraggioso da potersi permettere di tagliare teste eccellenti (Rivera, Mazzola, il duro Chinaglia dai gesti sprezzanti) senza essere per questo criticato e se criticato senza doversene curare per raggiunta santità calcistica. Su questo puntava Franchi. Bernardini esagerò perfino con le prime oceaniche convocazioni anche sessanta giocatori tra cui un indimenticabile Martelli del Livorno, figlio di un suo caro amico) ma sgombrò il campo dai mostri sacri preparando il terreno a Bearzot, dal quale venne in seguito affiancato.
Il dottor Fulvio tenne Bearzot sotto la sua ala protettiva, lui così disincantato e sereno che, dopo la consueta partita di tennis sugli ospitali campi di Coverciano, si raccomandava ai giornalisti di casa: «Diteglielo pure voi a Enzo che se sta’ a preoccupà troppo, diteglielo che ‘ sti belgi nun so’ nessuno» . Dopo un po’ di partite in coppia, Bernardini lasciò che Bearzot volasse per conto proprio. Uomo ammirevole per onestà e coerenza, per l’assoluta incapacità di piegarsi al compromesso e a qualsiasi forma di ruffianeria e di ipocrisia, uomo vero e di schiena più che dritta, Enzo Bearzot non esitava a dividere le persone in due categorie, giuste da una parte e sbagliate dall’altra. Aveva rapporti fraterni con le prime, inesistenti con le altre. Fece epoca il suo conflitto con Italo Allodi, da cui molte cose evidentemente lo dividevano. Alla fine i motivi del dissidio si dispersero perfino, nemmeno più ci si chiedeva cosa lo avesse originato, si sapeva soltanto che esisteva e che Bearzot non avrebbe mai cambiato strada, mai cambiato parere, mai mutato atteggiamento. A Coverciano cercò di non mettere piede finché vi regnò Allodi. Bearzot fumava la pipa, non il calumet della pace.
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