«Il vertice in calendario prima di Natale non inciderà sugli assetti societari, semmai servirà a fare il punto sulle necessità di rafforzamento della squadra», ammette Sandro Mencucci, fra un sorriso e un sospiro, mentre getta lo sguardo sulla sua scrivania. Che è un po’ il vano motore della Fiorentina. Da lì passa tutto: i certificati medici degli infortunati, le proteste dei tifosi, le sanzioni, l’organizzazione dello stadio. Ci sono soprattutto questioni da risolvere,
«beghe»: una dietro l’altra. Lui, l’amministratore delegato, 49 anni e una famiglia che ha la pazienza di aspettarlo, accende la luce dell’ufficio alle 9 del mattino e la spenge, di regola, alle 9 di sera. «Dopo, come impegno, c’è solo la miniera», cerca di scherzare. Ma l’impressione è che non cambierebbe questo lavoro con nient’altro al mondo. Almeno per ora. Anche se deve spremersi la testa, giorno dopo giorno, per trovare soluzioni. — Forse con uno stadio nuovo tanti problemi sarebbero risolti... «Sì, ma non da solo. Come si è sempre sforzata di spiegare la proprietà, i numeri di uno stadio, inteso come impianto isolato, si reggono male. Prenda Torino: intorno allo stadio nuovo c’è il commerciale e il residenziale Molto meno rispetto all’idea di Cittadella della Fiorentina, ma il concetto da dove partire è quello».
— Per arrivare dove?
«Per fare in modo che la Fiorentina non abbia bisogno di un proprietario che, tutti gli anni, tiri fuori soldi per andare avanti. Il progetto della famiglia Della Valle è un volano, un indotto di ricavi da investire nella Fiorentina, un patrimonio destinato alla città. Per regalarle una vera indipendenza».
— Sul modello Barcellona o Real Madrid?
«Ma anche Bayern Monaco...
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