Lo stadio nuovo non serve? I dati smentiscono DDVDice Diego Della Valle: «Lo stadio può migliorare la vita di un quartiere, ma a livello di budget per la Fiorentina non risolve nulla». E’ proprio così? Il discorso è abbastanza complesso. Partiamo dai dati, che non mentono mai. Nell’ultimo decennio sono cinque le squadre della media e alta borghesia calcistica europea ad avere costruito un nuovo impianto. Due di queste (Manchester United e Arsenal), a prescindere dallo stadio, hanno e avranno probabilmente per sempre un volume di entrate nettamente superiore a quello della Fiorentina. Le altre tre invece (Schalke 04, Benfica e Manchester City) sono da considerare allo stesso livello dei viola, anche se in questo momento la capacità di generare ricavi dei sistemi calcio inglese e tedesco è superiore a quella del sistema italiano e anche se oggi il City dispone di una proprietà araba decisa a garantire risorse extra budget pur di ottenere risultati sportivi importanti. Ebbene, nella sola prima stagione dopo l’inaugurazione dello stadio nuovo, lo Schalke 04 ha aumentato il fatturato di 64 milioni, il Manchester City di 23, il Benfica di 15, il Manchester United di 73 e l’Arsenal di 72. E tenete presente che Schalke 04 e Benfica hanno ottenuto questi risultati riducendo la capienza degli impianti.
Numeri che apparentemente contraddicono il pensiero di Ddv, soprattutto se si considera che questo aumento delle entrate è riferibile soltanto alle attività caratteristiche dello stadio di calcio: vendita di biglietti e abbonamenti, sky box, incassi da ristoranti, punti di ristoro e attività commerciali all’interno dell’impianto, museo del club e visite guidate, cessione dei naming rights (il diritto di dare il nome allo stadio). Sono escluse quindi da questo calcolo le operazioni edilizie eventualmente collegate, che pure in qualche caso sono servite a finanziare parte dell’opera. Però...
Però c’è un però grande più o come gli 80 ettari sognati dai Della Valle per la loro Cittadella (o Cittadona, se preferite). Un simile incremento dei ricavi oggi in Italia è praticamente impossibile da realizzare così in fretta. Perché se i tempi di realizzazione di un’opera dalle nostre parti sono pressoché biblici, i tempi per cambiare consuetudini consolidate sono ancora più lunghi. Noi abbiamo l’abitudine di andare allo stadio giusto per vedere la partita. Toccata e fuga. Anche perché gli stadi sono brutti, scomodi e pericolosi. La spesa annua media del tifoso dell’Arsenal nel vecchio Highbury era di 480 sterline, comunque ben più del prezzo dei biglietti, oggi è salita addirittura a 2387 sterline: nel nuovo stadio non si va solo a veder giocare, ma si vive e quindi si spende. In Italia anche se magicamente domani apparisse lo stadio più bello e più ricco di offerte culturali e commerciali del mondo, ci vorrebbero anni prima di vedere i tifosi e le loro famiglie pronti a utilizzarlo per tutto quello che può dare.
Ecco perché ha un senso l’insistenza con cui dirigenti del calcio italiano, non solo i Della Valle, richiedono di non parlare solo di nuovi stadi, ma anche di interventi immobiliari nei territori circostanti. Ed è questa anche la ragione per cui la tanto sospirata legge che dovrebbe snellire le procedure e tagliare i tempi di realizzazione delle opere di impiantistica sportiva, dopo essere stata approvata dal Senato, si è fermata alla Camera. In prima lettura ai senatori era un po’, come si dice, slittata la frizione, in quanto avevano alla fine votato un testo che sembrava favorire più chi vuole approfittare di una legislazione speciale per realizzare speculazioni edilizie che chi invece intende soprattutto favorire gli spettatori e dare stabilità economica e finanziaria alle società di calcio. In questi giorni, alla Camera si sta tentando una revisione di quel testo, sulla quale raggiungere un consenso bipartisan evitando eccessi «liberalizzanti», consentendo però agli imprenditori interessati a investire sul calcio anche operazioni collaterali e immediatamente redditizie, come quelle auspicate dai Della Valle. Una volta corretta dalla Camera, la legge dovrà tornare al Senato. Considerate le incerte prospettive della legislatura, forte è il rischio che ancora una volta abortisca.
E allora che fare? L’esperienza della Juventus con il nuovo Delle Alpi porta a credere che con molta pazienza e altrettanta determinazione un nuovo stadio, utile e redditizio, possa essere realizzato anche senza legge. Certo ci vuole una grande collaborazione fra le società calcistiche e le autorità locali. Sapendo però che il modello inglese (stadi calcistici vissuti full time e inseriti in territori già socialmente strutturati) è difficilmente trapiantabile oggi nella realtà italiana. Forse sarebbe meglio dare un’occhiata al modello americano (applicato ovviamente non tanto e non solo al calcio, ma a tutti gli sport professionistici). Negli Usa infatti attorno agli stadi nuovi si sviluppano attività immobiliari e ricreative che lo rendono assai più produttivo. Certo, lì la procedura è rovesciata: l’iniziativa non parte dai proprietari dei club sportivi, ma sono le autorità locali a individuare aree di riqualificazione urbana, da arricchire con l’edificazione di un nuovo impianto sportivo, normalmente poli-funzionale. Gli Enti pubblici in genere finanziano più della metà dell’opera, che poi viene però amministrata da società private partecipate dai club sportivi. Forse, un’idea troppo dinamica per le abitudini italiane.
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