STADIO - L'intervista completa di CerciCerci, quando si è innamorato del pallone?
«All’età di cinque anni. Mia madre mi ha sempre detto che sono nato col pallone»
Qual è stata la sua prima squadra in campo?
«Il Valmontone»
E nel cuore?
«La Roma, ma non sono mai andato in Curva Sud».
Il suo giocatore preferito?
«Solo uno. Francesco Totti e ho avuto la fortuna di giocarci insieme».
Molti grandi allenatori, da Mancini a Prandelli, hanno apprezzato le sue qualità. Eppure, spesso lei è finito in tribuna. Perché?
«Piace il mio modo di interpretare il calcio, di saltare l’uomo sempre con la palla incollata al piede. Ma spesso sono stato rimproverato per il poco sacrificio in fase difensiva e per l’indisciplina tattica».
Da piccolo era brillante nel calcio così come nella scuola?
«Domanda di riserva? (ride, ndr).No, andavo malino a scuola. Meglio in italiano o in condotta? In condotta, facevo il mio....».
Lei è nato e cresciuto a Valmontone, lonta no dal cuore di Roma. Un vantaggio o una sfortuna?
«Valmontone era la libertà, Roma il caos. Valmontone erano gli spazi in cui giocare a pallone, i boschi in cui arrampicarsi sugli alberi, le strade in cui correre in bicicletta con gli amici. Roma è immensa».
Tra la Roma e la Fiorentina c’è stato il Pisa: sembrava essere l’anno della svolta, invece...
«Invece due gravi infortuni mi hanno messo spalle al muro. A Brescia pochi mesi prima mi ero rotto il collaterale; a Pisa, dopo un campionato importantissimo ho fatto... come Jovetic. Mi sono rotto crociato, menisco e collaterale ».
Tre insulti: borgataro, presuntuoso, arrogante. Quale quello che la ferisce di più?
«Arrogante di m... A Roma ne ho sentiti tantissimi, pure il tipo di macchina era oggetto di pesanti critiche».
Lei e il dribbling: è bravo, ma talvolta esagera. Non trova?
«E’ sempre stato il mio modo di divertirmi, di interpretare il calcio. Da ragazzino me ne riuscivano di più, in serie A invece, è tutto diverso. Il fatto è che a volte sono andato a ricercare la soluzione più difficile perché provavo il colpo ad effetto, quello che potesse spazzare via tutti i fischi che hanno cominciato a piolessiovermi sulla testa. Adesso, che sono sereno, sembro quasi un altro. Un tocco e via, un tocco e via. La serenità, nella mia vita, conta tantissimo».
Tra Robben e Messi, chi è il più bravo nel fare dribbling?
«Messi, senza ombra di dubbio».
Ma lei si sente più Robben o più Messi?
«Non scherziamo. Mi piace guardare i movimenti dei grandi campioni, da Robben a Messi, ma solo per cercare di imparare il più possibile ».
La Curva ha cantato: “Alessio Cerci è meglio di Messi”.
«E’ stato bellissimo e divertente, mai avrei potuto immaginarlo. Con grande onestà dico però di non esagerare, è una battuta».
Qualche tempo fa l’avevano soprannominata l’Henry di Valmontone.
«E’ stato Alessandro Spartà di Roma Channel ad inventare questo soprannome. Insomma, non sono mai stato paragonato a mezze cartucce, mettiamola così (ride, ndr)».
E a Totti, invece, che cosa vorrebbe... rubare?
«Il destro. Il suo è perfetto».
Ma lei è mancino....
«E’ vero, ma in Coppa Italia (con la Reggina, ndr)ho segnato di destro».
Giampiero Ventura, suo ex allenatore al Pisa, l’ha sempre descritta come un giocatore straordinario. Perché?
«E’ stato il primo che ha saputo aiutarmi a trovare la mia posizione in campo, come esterno d’attacco in un 4-3-3 o come seconda punta. Ha saputo darmi tranquillità e serenità ed io ero davvero felice».
Cerci in Nazionale: un sogno, una speranza o una lucida follia?
«Quando ho detto che sarei voluto arrivare in Nazionale tutti mi hanno detto che ero pazzo. Io dico che pazzo è chi non sogna la Nazionale ».
Tra gli esterni d’attacco più forti di sempre si ricordano Bruno Conti e Roberto Donadoni: Cerci a chi somiglia dei due?
«A nessuno. Conti era un giocatore più tecnico, io inquadro più la porta».
Eccetto Totti e De Rossi, molti ragazzi come lei nati e cresciuti a Roma fanno più fatica. La Roma non crede nei propri giovani?
«Roma è una piazza difficile. Totti era un predestinato, De Rossi è il presente e il futuro dei giallorossi. Entrambi hanno una classe immensa, il resto non conta».
L’arrivo a Firenze: un gesto di fiducia o una bocciatura da parte della Roma?
«Non è stata una bocciatura. Sono stato io a non aver voluto firmare il contratto con i giallorossi. Corvino, che mi seguiva già da tempo, è stato abile a farsi avanti nel momento giusto».
Il suo avvio di stagione è stato in chiaroscuro. Che cosa è accaduto?
«E’ stato tutto strano. Venivo dalla Roma dove non avevo fatto nessun tipo di preparazione. Avevo avuto prima un fastidio al ginocchio, poi siccome non firmavo il prolungamento di contratto, per dieci giorni ho lavorato da solo. La Fiorentina ha pagato un inizio disastroso ed io ho dovuto fare i conti con un problema agli alluci dei piedi».
E’ vero che in un paio di occasioni, dopo essere stato spedito in tribuna dall’allenatore, ha lasciato lo stadio prima del fischio d’inizio?
«Sì. Perché non accettavo che venisse messo in discussione l’impegno con cui mi ero allenato durante la settimana. Il nervosismo in un paio d’occasioni ha preso il sopravvento e così me ne sono andato».
Che cosa l’ha più ferita in questi mesi?
«Due cose: intanto l’aver visto, fuori dallo stadio, la mia ragazza Federica presa a spinte. I tifosi possono dirmi tutto quello che vogliono, ma a me. Solo a me. Non a lei. Poi, quanto accaduto in tribuna. C’era anche il mio amico Alessandro, è stato lui il primo a difendermi. Che cosa mi fu detto? “Finalmente ti hanno trovato il posto giusto”. Io non la presi benissimo ».
Non le è mai venuta voglia di urlare al mondo la sua rabbia? Domenica scorsa, ai tifosi che la fermavano regalava sorrisi e autografi...
«Dentro di me l’ho fatto eccome. A qualcuno l’ho pure detto in faccia, perché io sono fatto così, pago la mia sincerità. Ma so pure che Firenze o odia o ama. Le vie di mezzo qui non esistono ».
Chi le è stato più vicino in questi mesi tormentati?
«La mia fidanzata. Spesso non è tornata neppure a casa, ad Artena, vicino a Valmontone, pur di non lasciarmi solo. E poi De Silvestri. Siamo grandi amici. La nostra è... una banda».
Un laziale e un romanista amici per la pelle? E’ sempre derby tra voi due, insomma.
«Siamo molto uniti fin dai tempi delle Nazionali giovanili, ci siamo ritrovati. Mi ha aiutato fin dal primo giorno e il nostro è un rapporto d’amicizia sincero. Anche se lui è molto più intellettuale di me: va alle mostre d’arte, parla cinque lingue. A me, invece, piacciono le macchine e giocare con la play station»
Il primo gol con il Chievo: ha pensato di essere finalmente fuori dal tunnel?
«Eccome, ma nulla girava per il verso giusto».
A Cagliari, invece, è passato dai fischi agli applausi.
«Sono stato felice perché dopo ho saputo che la Fiorentina a Cagliari non aveva una tradizione positiva».
Tanto che si è ripetuto con l’Udinese.
«Sono stati i miei gol più belli».
Chi è Cerci fuori dal campo?
«Un ragazzo normalissimo, semplice che paga la troppa sincerità».
Ammetta però che qualche volta commette qualche marachella. La multa in pieno centro, per esempio...
«Ci sono tantissimi miei compagni che prendono multe tutti i giorni. Perché fa scalpore solo Cerci? Forse dovevo stare in casa rinchiuso fino a quando non passava la “Caccia al Cerci”».
Il suo sogno nel cassetto?
«E’ un sogno, non posso svelarlo».
E invece che cosa sogna per San Siro?
«Un assist per Gilardino. Un assist per la vittoria firmata Gilardino».
Ljajic ama la nutella, Frey le macchine di grossa cilindrata, Krøldrup i monumenti, Mutu le cene eleganti. E Cerci?
«Mi piacciono le auto. Da piccolo sognavo una Lamborghini».
Il suo piatto preferito?
«Sono semplice. Pasta al pomodoro».
Musica preferita?
«Italiana, non ho preferenze».
L’ultimo film visto?
«The tourist».
L’angolo di Firenze a cui è più legato?
«PonteVecchio».
E a Roma?
«Piazza di Spagna».
L'angolo di mondo che vorrebbe scoprire?
«L'America. NewYork, Miami».
Accetterebbe un’offerta dall’estero?
«Eccome».
Inghilterra o Spagna?
«Manchester (ride, ndr). Ma il tetto del mondo, per me, adesso è solo Firenze».
La paura più grande?
«Perdere le persone a me care»
Se non avesse fatto il calciatore, chi sarebbe oggi Alessio Cerci.
«Un pilota (ride, ndr). Dell’Atac».
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