Garcia e un impero in crisi d’identità
È un’occasione da non perdere. Non che si tratti di passeggiare sulle rovine dell’impero, ma quasi. La Roma non c’è più. Si è sgretolata passo passo in meno di tre mesi. Ai primi di gennaio contendeva lo scudetto alla Juventus, distanziata un solo punto. Adesso arranca a 14 lunghezze e sente sul collo il fiato di una muta di inseguitori, pronti non soltanto a soffiarle la seconda posizione, ma pure il posto in Champions. In casa non vince dal 30 novembre. Nel 2015 sembrava sapesse solo pareggiare.
Ora ha imparato anche a perdere. Prima la Fiorentina, proprio la Fiorentina, in Coppa Italia, poi la Sampdoria in campionato. E in che modo. L’azione della prima rete blucerchiata all’Olimpico rispecchia esattamente la condizione di una squadra in crisi, tecnica e atletica, ma prima ancora in crisi d’identità: un calcio d’angolo battuto rasoterra che ha sviluppato, prima del tiro vincente di De Silvestri, una manovra, tutta rasoterra, composta da quattro passaggi e ben quattordici tocchi di palla, senza alcun intercetto, in un’area gremita da otto giocatori della Roma, oltre al portiere. Un gol da Subbuteo, più che da Playstation. La chiesa non è più al centro del villaggio. La Lazio gioca molto meglio e sembra ormai pronta al sorpasso, la piazza è sempre più in ebollizione.
Garcia è passato in pochissime settimane dalle certezze di facile scudetto alle garanzie di un futuro, suo, a Roma, pluriennale e carico di trofei, alle promesse di essere pronto a farsi da parte a fine stagione. Il ds Sabatini, grande imputato per gli errori di mercato sia estivi che invernali, sta confermando di essere più bravo a generare plusvalenze che squadre vincenti. La voce del padrone arriva da Boston sempre più flebile: ormai poi Pallotta parla soltanto del nuovo stadio, un progetto i cui livelli di magnificenza sono inferiori soltanto ai costi sempre crescenti. In campo, declinanti Totti e De Rossi, la squadra si è scelta come nuovo leader Keita, un trentacinquenne che ha la stabilità psicologica di un quindicenne, come dimostrato dalla scena isterica seguita alla più che ingenua espulsione dì lunedì. Quando poi dal pubblico come dai tecnici o dai giocatori più significativi comincia a diffondersi il tam tam del «adesso dovete-dobbiamo tirare fuori le palle», significa che l’idea di gioco, e cioè quello che davvero conta per vincere le partite, si è smarrita (per altre squadre, come le milanesi, la situazione è ancora peggiore perché l’idea di gioco non è neppure stata abbozzata, ma questo è un altro discorso).
Dal giorno della gara d’andata la situazione della Roma, da difficile che era, si è ulteriormente aggravata. Quello che alla Fiorentina appariva come un risultato pericoloso, ora può essere considerato una discreta base di partenza. La qualificazione è davvero possibile. Sarà importantissimo l’avvio di partita. La famosa «idea di gioco» alla squadra di Montella, grazie a Montella, non è mai venuta meno. Dovrà svilupparla subito per impedire alla Roma di riprendere fiducia in se stessa e per alimentare lo scetticismo del pubblico.
Anche prima che la crisi precipitasse, la squadra di Garcia aveva mostrato di soffrire molto l’aggressione alta degli avversari. Né il portiere né i difensori giallorossi hanno una padronanza tecnica tale da consentirgli di eludere un pressing bene organizzato. La scientifica rotazione di uomini operata da Montella nelle ultime partite consente alla Fiorentina di presentarsi all’Olimpico con giocatori sufficientemente freschi e capaci sia di accelerare sia di addormentare la partita. Condizioni entrambe indispensabili perché, al contrario dell’Araba Fenice, la Roma non risorga dalle proprie ceneri.
Corriere Fiorentino