“Io, Pepito tra sogni, sfortuna e Moby Dick”. L’articolo di Repubblica
Vi ho raccontato una storia che non sapevo di voler raccontare. Mi pareva troppo presto, perché sono ancora troppo giovane per raccontare la vita e perché pensavo che qualcosa dovesse sedimentare. I momenti belli sono leggeri e sanno volare, quelli negativi sono come un tifone, o se va bene una mareggiata che smuove tutto, che lascia detriti sulla spiaggia: ci vuole tempo per rimettere in ordine».
Inizia così l’ultimo capitolo di “ A modo mio ( My way)” (Mondadori, 16 euro), il libro che Giuseppe Rossi ha scritto insieme alla giornalistadella Gazzetta dello Sport Alessandra Bocci.
Un racconto intimo, vero, in alcuni passaggi pudico e riservato. Proprio come Giuseppe, che di questo libro ha controllato tutto. Ogni riga, ogni frase, ogni virgola. Perché dentro c’è la sua vita. Il mondo. C’è la sua semplicità, il legame con la famiglia, la presenza costante di suo padre, la sua grande forza interiore. La “sfiga” e la rinascita. Sempre. «Quando ti fai male senti un rumore sordo dentro di te, e questa è la cosa che spaventa più di tutto. È un rumore incomprensibile. Poi vedi tanta gente intorno al tuo lettino in clinica e pensi: “Non sono morto, è soltanto un ginocchio”. La gente viene lì e ti guarda come se tu fossi veramente sfortunato, e poi leggi qualche titolo sul giornale e tutto il resto. Forse hanno ragione loro, forse è una tragedia. Ma non ci voglio credere: mia madre, mio nonno mi direbbero che è tutto totalmente assurdo. Una sconfitta non è una guerra persa, il mio ginocchio è ferito ma io non mi arrendo. Nemmeno da pensare. Un infortunio, tante storie, e allora? Capita a tutti. Sono in piedi».
C’è la storia di oggi. Il rapporto con le tre donne della sua vita. La mamma Nilde, la sorella Tina, la fidanzata Jenna. «Sono circondato da donne meravigliose: Nilde, Tina, la mia fidanzata Jenna. Poi c’è nonna Elia, con la sua saggezza e i suoi piatti squisiti, nonna Concettina, la nonna paterna, che quando ero in Italia con papà, si preoccupava sempre di sapere se mangiavo abbastanza ». Il ricordo di suo padre: «Non so dire cosa fosse Fernando. Era mio padre e tanto mi basta. Era un uomo che viveva con ostinazione un sogno americano che in realtà era un sogno italiano: io, lui e il calcio, che qui chiamano soccer. Nilde e Tina mi consigliano, o cercano di farlo, ma Fernando era un’altra cosa. Se n’è andato nel febbraio 2010 e noi cerchiamo di riempire il vuoto pensando sempre che c’è ancora e che bisogna fare come consiglierebbe lui: è il mio modo per sentirlo ancora accanto a me. “ My Way” era la sua canzone. È un pezzo un po’ triste, però rispecchia il carattere di mio padre, che veramente ha fatto le cose a modo suo. Era un uomo sospeso in mezzo a due continenti, sapeva dove voleva arrivare e dove voleva che arrivassi».
Ma “ A modo mio” è anche un viaggio nel pallone. Dai primi calci in New Jersey al calcio vero. Il Parma, dove è iniziato tutto, poi il Manchester, il Villarreal fino alla Fiorentina. Storie che si intrecciano nella sua testa, passaggi di una vita. Un presente che è anche futuro. «Chi non è di Firenze o non ci ha mai vissuto non può capire cosa sia la Viola. Si dirà: è come la Roma, o la Juve, o il Napoli, il Milan, l’Inter, insomma tutti quei club che suscitano un amore viscerale. Ma non è vero. Non è così. Firenze è Firenze, se non sei dentro sei fuori: è come essere ancora all’epoca dei Medici, con un principe che governa e vuole imporre la sua legge al mondo e pensa di poter sconfiggere chiunque. Firenze è visionaria».
Ci sono i sogni, anche. Quello di Moby Dick. La maglia azzurra è una botta di orgoglio per quel taciturno emigrante al contrario. «(…) Ognuno di noi ha la sua Moby Dick, e correre per raggiungerla, viaggiare per inseguirla, è forse più importante del ritrovarsi faccia a faccia e sapere che il lavoro è compiuto. (…) Adoro il calcio e voglio vincere. La mia Moby Dick si chiama Mondiale, ho avuto tanti problemi per raggiungere la balena, e la sto ancora cercando, ma la ricerca è essenziale per la maturazione di un essere umano e sono convinto che, prima o poi, arriverò ».
la Repubblica