Buso e i tre mesi in viola: pochi sorrisi, tanta dignità
Ventisei ottobre 2004, un hotel qualunque a Reggio Calabria, pochi cronisti fiorentini al seguito della squadra, poltroncine di plastica e sguardo di vetro del preparatore dei portieri Sergio Buso, promosso allenatore della Fiorentina. Sostituì di schianto Mondonico dopo le auto-dimissioni di Udine, soluzione interna e poco tempo per le smancerie, bisognava infatti presentare la sfida con la Reggina di Mazzarri in programma il giorno dopo: fu il primo caso di un allenatore che deviava le domande su stesso spiegando una partita di calcio. Circostanza che a Buso non dispiacque, perché non era forte negli aneddoti personali e temeva le informazioni private, lui collezionava dati, li trascriveva sui quaderni e poi sul computer quando Steve Jobs — non un calciatore, sennò Buso avrebbe archiviato le sue caratteristiche, destro, sinistro e colpo di testa — ebbe l’idea di renderlo oggetto commerciabile.
Non gli servirono molto, quei dati, alla guida della Fiorentina nella parentesi che durò dal 26 ottobre al 24 gennaio, quando sulla panchina viola arrivò Dino Zoff. Era l’anno di Nakata con il numero 10, in quella Fiorentina c’erano anche Helguera e Portillo, in rosa resisteva il nome di Matthieu Bochu, uno dei sopravvissuti della cavalzata in C2. La prima volta di Buso fu una vittoria, la Fiorentina giocò male il primo tempo e andò sotto per un gol di Paredes, poi rischiò di prenderne un altro, prima del pareggio di Maresca e del gol di Miccoli, a pochi minuti dalla fine. Le cronache ricordano che fu provata la difesa a tre. Nel dopopartita Buso provò perfino a sorridere, senza cambiare il senso della sua espressione sempre uguale. Rimase lo stesso in quasi tutte le situazioni — belle e più spesso brutte — che gli si presentarono nelle partite successive, fino a quando i Della Valle si convinsero che era arrivata l’ora di dare un segnale chiaro di rilancio anche in panchina. Buso rimase come al solito in silenzio. E arrivo Dino Zoff.
BUSO fu sollevato dall’incarico — si dice così — e rimase in organico tornando con suo nascosto e probabilmente grande sollievo a fare l’osservatore. Sempre con la dignità che nel calcio è così rara.