Sergio Buso, il grande maestro ci lascia un tesoro
Sergio, il grande Sergio, aveva una faccia ossuta, d'altri tempi, un padovano gran dottore di calcio, con un naso importante, da cattedratico, e due occhi profondi, da persona per bene. Era tutto ossuto, alto e ossuto, per la verità, una caratteristica che aveva addirittura accentuato col passare del tempo. Immaginarlo portiere, perché all'inizio questo era stato, nei lontani '70 e '80, dava ancora una sensazione rumorosa, di un rumore metallico alla fine di un tuffo plastico. Invece ora c'è silenzio intorno a Sergio, il grande Sergio. E l'imperfetto è sempre il tempo inevitabile per declinare la morte di un uomo. E lui era poco più che sessantenne, lui, Sergio Buso, già calciatore, allenatore, tecnico, tattico, un maestro autentico, uno dei prodotti migliori della nostra cultura calcistica in senso più ampio, ucciso da una forma di leucemia, aggravatasi in questo suo doloroso autunno, e spentosi giusto la sera della vigilia di Natale. Un finale di partita che lui, nel suo stile, aveva voluto giocare privatamente, circondato solo dalle sue donne (Sonia, la moglie incontrata a Taranto, con la quale aveva scelto la cittadina pugliese per crescere Silvia e Giulia). Facendone mai argomento di confidenza.
Nell'ultimo mese nessun giornale, e soprattutto nessun match da "mangiare", studiandone ogni dettaglio. Il segno della resa. Eppoi non aveva più voluto vedere nessuno, né sentire nessuno. Neppure Donadoni, con il quale aveva condiviso gli ultimi cinque anni di carriera, a partire dal ruolo di collaboratore tattico azzurro, nel biennio 2006/2008, il primo post-lippiano. E neppure Renzo Ulivieri, che ieri, a Taranto, insieme all'ex ct, prima del funerale, lo piangeva con un moto doloroso irrefrenabile che non avremmo mai detto. Era un amico, Sergio, un po' fratello minore, un po' fratello maggiore, che lo chiamava lo zio, o il boss, oppure "quell'altro" , a seconda dell'umore con il suo inalterato accento veneto, sopravvissuto a una vita dalle mille panchine italiane.
UNA STORIA ESEMPLARE - Certo, Buso, per il grande pubblico non sarà stato una star, ma è uno che ha seminato come pochi, e ovunque, nella estesa Provincia d'Italia. Chiedete a Mazzarri, per esempio, quanto valeva il grande Sergio. Aveva cominciato a 18 anni, giocando nel Padova. E poi via su e giù per la Penisola, tra Bologna, Cagliari, Novara, Taranto, Teramo, Pisa, Mantova e Lucchese. Lì, nell'87, il passaggio dal campo alla panchina. Dopo, Taranto, Modena, Trento e Foggia, alternando prima squadra e settore giovanile. La svolta nuovamente a Bologna, nel 1995, da collaboratore di Ulivieri, fino al culmine, nel '99, quando gli venne affidata la prima squadra in attesa dell'arrivo di Guidolin. «Buso è la Treccani del calcio» senteziava allora il presidente Gazzoni Frascara, una verità che talvolta è stata anche il limite nella carriera del grande Sergio. Troppo colto, di una cultura calcistica enciclopedica, troppo pignolo, troppo rispettoso del proprio lavoro, per trovare le porte aperte e tappeti rossi. Dopo Bologna, c'erano state ancora Taranto, poi Venezia, Napoli, Reggina, Fiorentina e Catanzaro. La Nazionale campione del Mondo consegnata a Donadoni, in vista di Euro 2008, lo vedeva nello staff azzurro col ruolo di collaboratore tattico. E' una grande avventura, per Buso, disposto a tutto, per onorare il mandato, fino a nascondersi nelle cabine regia di qualche stadio pur di spiare la rifinitura dell'avversario di turno. Capace di produrre un report tattico illuminante tra primo e secondo tempo, quasi costantemente dietro le quinte, Buso era rimasto nello staff di Donadoni, anche nelle seguenti esperienze, compresa quella di Cagliari, che gli ha regalato anche l'ultima amarezza, gratuita, soprattutto sul piano umano, ma anche professionale. Quello che resta del grande Sergio è un lavoro definitivo sulla preparazione dei portieri, che dal prossimo anno farà parte del materiale didattico dei corsi allenatori di Coverciano. E un vuoto, grande, come era lui.