Delio Rossi: sa insegnare il buon senso e il calcio
Le sue metafore sono a volte surreali come quelle del segretario del Pd, Pierluigi Bersani: «Mi state chiedendo se è più lungo il treno o più buona la cioccolata». Delio Rossi è tornato, come era prevedibile perché un tecnico come lui, bravo, preparato e pignolo, non può restare a guardare. Indipendentemente da quello che un giorno disse Maurizio Zamparini sentendosi offeso: «Lui è l’unico che capisce di calcio tanto è vero che sta a casa». Poi, però, lo chiamò quando decise che Pioli non era l’uomo adatto alle necessità del Palermo. Ampiamente pronosticabile la risposta di Delio: No, grazie. L’uomo, d’altro canto, non è di quelli che le cose le manda a dire. Parla piano, centellina le parole, le medita e in un ambiente che di parole spesso si ubriaca, la sua tendenza a riflettere non può che essere considerata una qualità.
Sarà anche per questo che quando va via, la gente lo rimpiange. Lasciò la Lazio con la morte nel cuore, dopo aver conquistato una qualificazione in Uefa (poi cancellata dai tribunali sportivi per via di Calciopoli), un terzo posto con conseguente approdo in Champions League e la conquista di una Coppa Italia. Il tuffo nel Fontanone con cui celebrò la vittoria di un derby ha fatto prevalere l’aspetto folklorico su una seria valutazione professionale. Fece cose straordinarie, in quelle quattro stagioni, ricostruendo un patrimonio tecnico, valorizzando giovani dal grande talento. Una costante, nella sua parabola.
MAESTRO - Cassani, che lo ha avuto a Palermo, ha detto di lui: «Più che un allenatore è un maestro di calcio, ho visto poche volte un tecnico dedicare tanto tempo ai ragazzi della Primavera». Per i club è una sorta di cercatore d’oro: trova sempre la pepita giusta. Quando il Lecce lo chiamò ormai rassegnato alla retrocessione in B, gli chiese una cosa semplice: rimettere insieme i cocci di una stagione malaugurata.
Anche lui veniva da esperienze non felicissime dopo aver toccato il cielo della serie A con la Salernitana. Fu felice l’intuizione di Corvino, fu proficuo il lavoro di Rossi. Trionfale risalita in A (segno del destino: la promozione ottenuta battendo in casa, all’ultima di campionato, proprio il Palermo) e salvezza con una straordinaria rimonta nel girone di ritorno. Da cercatore d’oro anche lì trovò il filone giusto: Vucinic, Bojinov spedito in campo appena sedicenne, Ledesma.
Questo, d’altro canto, è sempre stato il suo marchio di fabbrica. Nella Salernitana di quel lontano campionato di serie A (era il 98-99), si conquistarono un posto al sole gente come Giacomo Tedesco (che passò al Napoli), Salvatore Fresi (che finì all’Inter), David Di Michele (che approdò all’Udinese) e Marco Di Vaio (che si guadagnò un ingaggio al Parma, all’epoca una delle «Sette Sorelle»). Il suo calcio ha un tratto “artigianale” perché a Delio piace costruire, mettere insieme una squadra come un puzzle; lui non cerca un posto, cerca un lavoro, una “missione”. Lo ha ripetuto anche nelle settimane scorse quando gli chiedevano come mai non avesse trovato sistemazione: «Non ho avuto la proposta intrigante» . A un certo punto ha pensato anche di cercarla all’estero ma lui è esattamente come appare: non forza i tempi, ne attende la maturazione. E, forse, al contrario di altri colleghi, non ama troppo l’avventurapreferendo la solidità delle vecchie certezze.
FUTURO - Il nuovo allenatore della Fiorentina finirà per ritrovare diversi pezzi del suo passato. Corvino, tanto per cominciare, quasi a parte invertite rispetto alla prima chiamata leccese perché ora non è il tecnico che va a caccia del rilancio, ma il ds che cerca con l’allenatore la riqualificazione del «Progetto». E poi Cassani che Delio ha valorizzato pienamente a Palermo (sfortunatamente, lo troverà in infermeria). Valon Behrami che volle alla Lazio e la cui cessione contribuì a incrinare i rapporti con Lotito. E Lorenzo De Silvestri che lui aveva tirato fuori dal pentolone della Primavera per trasformarlo in un titolare di complemento. Non lo attende un lavoro semplice. Dovrà riavvicinare la gente alla squadra, dovrà soprattutto convincere un pubblico competente ed esigente che ama il bello in tutte le sue forme, comprese quelle calcistiche. E da questo punto di vista, la sintonia con l’ambiente dovrebbe essere automatica perché le squadre di Rossi hanno sempre giocato un bel calcio, dalla Salernitana al Palermo, dalla Lazio al Lecce passando per il Pescara. Ma non chiamatelo più l’allievo di Zeman perché da tempo, da molto tempo, ha abbandonato le visioni integraliste del boemo per un realismo che lo porta a costruire «moduli» partendo dai giocatori che ha a disposizione senza la presunzione di piegare il talento alle sue idee, semmai mettendo le sue idee al servizio del talento.