La Fiorentina rilancia: la Primavera in B. Ma le reazioni...
Una «seconda» squadra da far giocare nei campionati di Serie B oppure in Lega Pro con l’intento di dare spazio ai giovani e farli crescere in un ambiente «controllato» dalle stesse società di Serie A. La proposta che a fine settembre è stata lanciata da Pantaleo Corvino (insieme al Milan e alla Juventus) nel corso di un incontro tenutosi a Coverciano tra le società di Serie A e B e il coordinatore delle Nazionali giovanili Arrigo Sacchi, continua a far parlare. Il «modello spagnolo», che proprio nelle «cantere» ha il suo punto di forza (primo fra tutti il Barcellona), secondo il ds viola dovrebbe essere il vero punto di riferimento per la rinascita del calcio italiano, che ogni anno fa incetta di giocatori stranieri senza però esaltare i talenti nostrani. Per esempio nella scorsa stagione la Serie A ha conquistato un primato a dir poco contraddittorio: l’età media più bassa (23,6 anni) ma tra i giocatori «importati».
Numeri che si riflettono anche sulle Nazionali minori, per una mancanza di ricambio che comincia a preoccupare. Lo stesso Arrigo Sacchi, che nel corso dell’incontro di Coverciano si era detto favorevole alla «mozione Corvino», dal ritiro della Under 21 analizza, con tono amaro, la difficile situazione che sta vivendo il calcio italiano: «La premessa, da cui non possiamo prescindere, è che il nostro Paese non è per giovani, e non parlo solo di calcio. Siamo abituati a investire troppo poco su di loro. In più c’è troppa fretta, e per questo le società preferiscono puntare sugli "anziani" che però costano di più, che spesso sono più infortunati e che sono anche più difficili da gestire. Questo avviene anche a causa della mancanza di conoscenza di dirigenti e allenatori che preferiscono andare "sull’usato sicuro". Ci sono vere e proprie lacune tra i nostri dirigenti che vengono colmate preferendo giocatori già strutturati. L’Italia fa fatica a rinnovarsi, è una Paese antico che ama l’antichità e in questo modo non siamo in grado di guardare al futuro». Il parallelo con la Spagna, in effetti, appare impietoso. E i motivi, per Sacchi, sono sia economici che culturali: «In Spagna le società investono il 7-10% del loro bilancio sui vivai, in Italia siamo fermi all’1%. Da loro se una squadra non gioca bene ma vince, soprattutto quando si parla di giovani, non è apprezzata. Da noi la prima cosa che chiedono dirigenti agli allenatori è il risultato. È la mentalità che va cambiata e tutto questo non aiuta la crescita dei giovani. Abbiamo ancora molto da pedalare e da imparare, ma tutti devono capire che senza ricambi il calcio finirà. C’è poi la questione dell’aggiornamento: all’estero si fanno i corsi per i dirigenti e gli allenatori continuamente, qui da noi praticamente non esistono».
Ma l’ipotesi di riforma avanzata da Corvino, ha raccolto invece, per ora, risposte negative dalle categorie minori. Come quella di Andrea Abodi, presidente della Lega B: «Dobbiamo difendere la dimensione sportiva che tenga conto della storia del calcio delle nostre città. Aprire alle squadre "B" dei grandi club vuol dire fare un passo indietro in tale senso». Sulla stessa linea anche il presidente della Lega Pro, Mario Macalli (fin dai tempi della Florentia Viola non proprio amico del club dei Della Valle) che a caldo definì una «follia» l’idea di Corvino, salvo poi spiegarsi meglio in un’intervista alla Gazzetta: «Siamo contrari perché è fatta da chi non conosce la storia d’Italia che è nata intorno ai campanili e che vive dell’adrenalina che proprio il campanilismo alimenta. Proporre gare tra squadre B di Serie A e le nostre società non avrebbe alcuna attrattiva. Noi invece siamo pronti a far cambiare la regola che un club di serie A non possa avere anche una società di Lega Pro».
Una soluzione che pare però difficilmente praticabile, con le società già in difficoltà nel gestire solo i club di serie A. Anche perché non verrebbero, per esempio, risolti i problemi strutturali, a partire dagli impianti di allenamento. «La speranza — chiude Sacchi — per un futuro migliore delle nostre Nazionali resta nei club. Ma deve cambiare la mentalità e la cultura del lavoro». E credere di più nei giovani, visto che, lo scorso anno, anche il campionato Primavera ha visto il 30% di giocatori impiegati avevano almeno 18 anni, un’età che all’estero (e non solo nelle serie minori) viene già considerata da prima squadra.