Mister, c'eravamo tanto amatiSono passati quattordici anni, eppure Alberto Malesani, domani a Firenze col suo Bologna, resta sempre “Uno di noi”. Pettinato “col 220” e con quegli occhi timidi ma entusiasti da nerd di provincia, l’uomo che guidò la Fiorentina nella stagione 1996/97 sarà forever quello che in pantaloncini corti schizzò in piedi a Udine per correre verso i tifosi, in quel pomeriggio di fibrillazioni infinite chiuse, a un soffio dalla fine, da una magia di Gabriel il magnifico. Malesani inizia a saltare e a gioire. Un bambino impazzito. Una video che vale la pena riguardare su YouTube. La città da quel momento inizierà ad amarlo. Tanto. Quindi troppo. Perché gli allenatori troppo amati dalla gente (e dalla stampa) diventano quasi automaticamente poco graditi in società. Lo sa bene Malesani, che nonostante un campionato dignitoso e una serie di vittorie in trasferta che erano sfide alla statistica, fu liquidato da Vittorio Cecchi Gori in persona con un “ha poca esperienza” che poi è un arrivederci e grazie. D’altra parte di esperienza lui non ne aveva di certo. Firenze è il suo primo salto vero dopo una vita al Chievo a farsi tutta la trafila. C’è da capire quell’emozione. E poi il carattere mica lo puoi nascondere. Malesani è una persona vera. Che è un complimento. Peccato che nella vita reale (e nel calcio figuriamoci) è come dire: poco furba. Mica come Claudio Ranieri, che il giorno delle elezioni politiche passava la notte al fianco di Vittorio Cecchi Gori sospirando con tono paterno frasi del tipo “vedrai Vittorio, ce la faremo...”. Un aziendalista puro. Che ha vinto, però. E se qualcuno allora lo giudicava un po’ “para... e qualcosa” nessuno potrà dire che non abbia fatto bene, anche se il calcio un po’ matto e coraggioso di Malesani era un’altra cosa. Infatti Claudio da Testaccio aveva sfondato nelle teste ma nei cuori no. Magari un po’ di più con la critica, anche perché il suo ciclo si era aperto col bagno di umiltà della Serie B per poi chiudersi con due coppe in bacheca. Ma l’amore per un tecnico è un’altra storia. Se Malesani era l’uomo semplice amato dalla gente che ne riconosceva il coraggio e la pulizia del cuore (con la stampa il suo era un rapporto controverso, anche per via della timidezza), il grande Trap era troppo “gobbo” per essere esaltato in curva e Cecchi Gori troppo indebitato per dargli una mano quando c’era da lottare sul serio per lo scudetto. Chi, invece, riuscì a mettersi ai piedi sia la Fiesole che quelli armati di carta e penna fu Fatih Terim, che anche grazie a un procuratore, Moreno Roggi, che conosceva bene gli umori della città, si mosse con astuzia chirurgica sia saltando sotto la Fiesole che frequentando tifosi influenti. Certo, non bastano delle cene per essere amati. Il grande Fatih ci mise anche il gioco e di nuovo quel coraggio che fa la differenza. Soprattutto quando comprese che in Italia un po’ di equilibrio in campo non faceva male. Fu Roggi a
chiedere ai giornalisti di provare a spiegare a Terim che forse attaccare in dieci non era il massimo della vita. Celebri i pranzi con il mitico allenatore turco che parlava in terza persona davanti a un bisteccone di due metri quadri. Poi finì come finì. Buffo pensare alla cena nell’attico di Vcg, col produttore che gli chiede di disegnare il centro sportivo. Ad averlo oggi quel disegnino magari farebbe comodo. Certo che la gelosia comunque pesa tanto. E non c’è bisogno di scomodare Prandelli, che di invidie ne ha scatenate troppe. Perfino Renato Buso a un certo punto è diventato troppo popolare, tanto che la vittoria di Coppa Italia della sua Primavera lo ha lasciato prigioniero delle retrovie e lontano dalle interviste. In società gira anche la voce che qualcuno gli abbia detto con tono stizzito: «Si ricordi che i pareggi e le sconfitte sono sue, mentre le vittorie sono mie». Ma sarà mai possibile? Nel dubbio meglio volar bassi. Le invidie, come noto, possono far più male delle sconfitte.
http://www.violanews.com/news.asp?idnew=77854