di Massimiliano Castellani (tratto da L'Avvenire)
Cosa sarebbe questa Fiorentina senza il suo direttore sportivo Pantaleo Corvino? La signoria viola dei fratelli Della Valle, nell’estate di sei anni fa l’ha mandato a chiamare da Lecce. Pantaleo a quel punto ha lasciato gli amati ulivi salentini di Vernole e dalla Firenze del Sud è salito nella capitale della lingua italiana e dello storico gioco del pallone.
Ma il calcio è un’altra roba, ci vuole fosforo e fantasia e anche una buona dose di «cultura campagnola, perché anche il calcio è sempre roba di campi», dice Corvino con slang pizzicato. A Firenze ha trovato la sua dimensione e con il popolo viola accorcia sempre le distanze dando del “tu” anche ai tifosi. Il suo tormentone rassicurante è: «Tu pensa che noi...».
Parla sempre al plurale Pantaleo, fedele alla logica del «si vince e si perde, sempre tutti insieme». Non meraviglia quindi che uno abituato a farsi sempre bastare il poco che ha sia diventato un collezionista di arte povera: «Mi piace Merz, Pistoletto e Gilardi».
Ma soprattutto colleziona titoli giovanili. Da Casarano a Lecce, fino al settore giovanile gigliato, adesso sono 10 quelli vinti. Meriterebbe la stella, specie per l’ultimo trofeo, la coppa Italia conquistata dalla Primavera della Fiorentina che ha battuto la Roma davanti a un pubblico record: «Tra l’andata al Franchi e il ritorno all’Olimpico c’erano 35mila persone a vedere questi ragazzi», dice con orgolio Corvino.
Una squadra, quella allenata da Renato Buso, punta di diamante di un vivaio che sta diventando un modello di “calcio a chilometro zero”.
«Puntiamo tanto sul prodotto locale. Tu pensa che noi... su 210 tesserati del settore giovanile della Fiorentina, il 90% arriva dalla Toscana e il 65% da Firenze. La Primavera ha nella sua rosa 8 giocatori toscani».
E dalla Primavera si dice che già parecchi elementi sono in rampa di lancio per la prima squadra.
«La maggior parte di questi ragazzi sono dei ’92 e hanno avuto un percorso molto accelerato. Forse un altro anno nelle categorie minori può servirgli per maturare e tornare più forti al servizio della prima squadra, in cui comunque i vari Camporese, Babacar e Carraro sono già aggregati da questa stagione. Con Prandelli abbiamo gettato i semi, adesso con Mihajlovic stiamo vedendo crescere le piantine».
Tutti parlano di potenziare i settori giovanili, poi però pochi club lo fanno...
«Noi ci puntiamo tantissimo, facendo spesso di necessità virtù, in quanto a Firenze non solo non abbiamo le strutture, ma dobbiamo addirittura elemosinarle. Spendiamo molto di più in trasporto e affitto dei campi che per l’acquisto dei talenti. È pesante».
Eppure alla proprietà viola i denari non mancano.
«I Della Valle hanno investito tantissimo per la Fiorentina, ma qui il fairplay economico lo applichiamo sul serio e da sempre. Ma diventa sempre più dura reggere il passo di società che fatturano 250-300 milioni di euro a stagione. Noi arriviamo a un quinto da quelle cifre. Però questo è anche il bello della nostra sfida».
La sua sfida nel grande calcio è cominciata con il Lecce di Zeman, quanto è grato al tecnico boemo?
«Forse è Zeman che deve ringraziare Corvino. Negli ultimi dieci anni non ha mai finito un campionato, solo in quella stagione a Lecce è riuscito a conservare la panchina dopo che lo avevamo ripescato dall’Avellino che era retrocesso in C1».
Nella “cantera” viola ci sono dei piccoli Jovetic che crescono?
«Uno come Jovetic non nasce tutti i giorni, però forse un altro sul suo livello ce l’abbiamo già in casa. Chi segue la Fiorentina sa chi è. Straniero? Potrebbe essere anche italiano, ma a noi poco importa, quello che conta non è la provenienza, ma la qualità tecnica e soprattutto morale dei ragazzi».
Dei tanti gioielli scoperti e lanciati, qual è il talento che le ha dato più soddisfazioni?
«Ogni ragazzo che ho preso sapevo che avrebbe avuto un futuro. Poi certo non immaginavo che Vucinic a Lecce l’avremmo rivenduto alla Roma per 22 milioni di euro. Il mercato ora cambia continuamente e ha leggi che sfuggono un po’ a tutti. Ma bisogna trovare dei correttivi al più presto».
Il primo da adottare?
«Allargare il numero degli extracomunitari. Siamo gli unici in Europa che poniamo dei limiti e invece più sono questi ragazzi e minori saranno in futuro i dissesti finanziari dei nostri club».
Quali sono i mercati da scandagliare?
«Il vero boom del calcio africano deve ancora cominciare, lì i talenti si stanno affinando. Non sottovaluterei il mercato asiatico. Ormai si gioca ovunque e le strutture di tanti paesi emergenti spesso sono migliori delle nostre che ci riteniamo all’avanguardia».
A parte gli splendori del settore giovanile dei viola, qual’è lo stato di salute della Fiorentina di Mihajlovic?
«Tu pensa che noi... siamo la quarta squadra per punti fatti nelle ultime stagioni. Questa che si sta chiudendo è stata una stagione d’emergenza, piena di infortuni. Probabilmente abbiamo concluso un ciclo, a giugno tireremo le somme e decideremo che tipo di strada intraprendere».
E quale sarà la strada di Corvino?
«Io sto bene dove sto. In sei anni ho trovato tante analogie tra la mia terra e Firenze. A cominciare dalla grande passione dei tifosi. A volte esagerano con le critiche, ma gliele perdoni, perché sai che è lo sfogo da innamorati di questa squadra».
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