D’Agostino e i suoi fratelli, se il mister si chiama GesùLegrottaglie non fa sesso da cinque anni, «su consiglio di Dio, che è contrario rapporti prematrimoniali» , e anche adesso che è ufficialmente fidanzato con Erika si astiene, la data delle nozze non risulta essere ancora stata fissata. Kakà a 18 anni sbatté la testa sul fondo di una piscina, si fratturò la sesta vertebra e non rimase paralizzato: da allora, nella certezza di essere stato graziato da Dio, ogni gol che segna Lo ringrazia con le braccia levate al cielo gli occhi rivolti in alto (e anche lui garantisce di essere arrivato casto al matrimonio). Cavani non ha scelto da solo di accettare la proposta di De Laurentiis: «Ho sentito un calore dentro e ho detto: va bene Sole, il Signore vuole che andiamo a Napoli». Taribo West, pittoresco difensore passato per Inter e Milan una decina d’anni fa, sosteneva di avere un dialogo continuo con il Signore: una volta che Lippi durante un allenamento gli chiese perché non accorciasse mai sugli avversari nonostante le sue indicazioni, gli rispose che Dio gli stava dicendo di non farlo e allora fu Lippi, qualche giorno dopo, quando il giocatore lo avvertì «Dio mi ha detto che domenica devo giocare» , a rispondergli: «Strano, a me non ha detto niente» . Il portiere Rubinho ha vissuto con rassegnazione prima la decisione di Zenga di metterlo panchina a favore di Sirigu e poi la retrocessione in Serie B a vivere una tribolata stagione con il Torino «perché tutto quello che ho vissuto l’ha voluto Dio ed è servito a me. E comunque ora so di essere in credito con Lui e mi aspetto qualche compensazione» .
E’ dunque in ottima e composita compagnia Gaetano D’Agostino quando racconta di avere, in compagnia di sua moglie, «ricevuto una chiamata che ci ha spianato la strada per approfondire la conoscenza con il Signore» e di avere di conseguenza avviato «una crescita interiore tutta basata su Gesù» . I rapporti fra calcio e fede, o meglio fra calciatori e la religione, si sono infittiti negli ultimi vent’anni, chissà se c’è una relazione, uguale ed opposta, all’espansione del fenomeno del calcio-business. Il Brasile è un po’ la patria, non solo del futebal bailado, ma anche di questa cristianizzazione più o meno organizzata dei calciatori nel mondo. Proprio in Brasile nel 1983 nacque l’Associazione non profit «Atleti di Cristo» , un movimento composto, come si legge nel loro sito internet ufficiale, «da sportivi professionisti di tutte le discipline che hanno in comune l’amore per Gesù Cristo e lo riconoscono come Signore e Salvatore della loro vita. Questi sportivi si assumono la responsabilità di vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio nel mondo dello sport» .
E proprio al Brasile e ai brasiliani ha pensato la Fifa quando, prima dei recenti Mondiali sudafricani, si è vista costretta a ricordare l’esistenza nel regolamento di norme che vietano espressamente esultanze con messaggi di carattere politico e religioso. Era stato l’interista Lucio ad organizzare al centro del campo, dopo la vittoria nella Confederations Cup, una sorta di rito di ringraziamento al cielo di tutta la nazionale brasiliana. Per non parlare delle t-shirt abitualmente indossate ed esibite dopo i gol da Kakà e altri (I belong to Jesus, God is great, e così via). Cristiani, soprattutto, ma non solo. Itay Shechter, attaccante ebreo dell’Hapoel Tel Aviv, è stato ammonito l’estate scorsa durante una partita valida per i preliminari di Champions, per aver esultato, dopo aver segnato un gol al Salisburgo, indossando la kippah. Per non parlare delle furiose polemiche scatenate dalla decisione del ct dell’Egitto Shahata di convocare in nazionale soltanto giocatori musulmani. Fermo restando il diritto di tutti, calciatori ovviamente compresi, di scegliere e di praticare qualsiasi religione a patto di non esibire comportamenti offensivi nei confronti di chi crede in religioni differenti o in nessuna religione, è lecito tuttavia porsi una domanda: la fede, magari anche conclamata e ostentata, serve a rendere più forti i calciatori? La risposta è tutt’altro che scontata. Certo, un po’ di serenità interiore aiuta. Così come aiuta una vita più sana e regolata. Se non altro i calciatori che hanno il privilegio di vivere in sintonia con il Signore in genere la sera restano a casa e vanno a letto presto. Ammesso che serva. Wayne Rooney, da quando ha deciso, dopo che la moglie aveva scoperto certe sue scappatelle, di mettere la testa posto e vivere più moderatamente, non segna più neanche su rigore.
http://www.violanews.com/news.asp?idnew=71684